Stop bullying!

08.11.2018

"Quando anche solo respirare diventa un problema"

Carissimi amici,

questa volta non saranno le mie parole a farvi riflettere su questo tema ormai tanto e troppo dibattuto senza mai trovare la chiave di volta per risolverlo. Forse sarà impossibile perché l'uomo, purtroppo, è portato a prevaricare il prossimo per sentirsi forte, autoritario e osservato. L'uomo desidera il potere e offendere i più deboli, fa sentire forti. Che controsenso! Che squallore!

Voglio solo introdurre questa tematica attraverso le poche parole scritte sopra perché lascerò parlare direttamente una mia studentessa di terza media che ha partecipato ad un concorso letterario proprio su questa tematica. Smettiamola di dire che i giovani pensino solo a ciò che conviene e al benessere personale e che si stava meglio quando si stava peggio! Se fossimo in grado di dare voce e sfogo ai loro pensieri, sicuramente non vivremmo in un mondo costruito sull'ipocrisia, la falsità e l'inganno.

Leggete con attenzione. Mi sembra di vedere già i vostri occhi immedesimarsi in queste parole. Chi di voi non è mai stato bullo o vittima, scagli la prima pietra avrebbe detto qualcuno venuto in questo mondo molti, molti secoli fa.

Stavo camminando lungo i freddi corridoi della scuola per andare in classe perché la lezione sarebbe iniziata a breve.

Sento il suono della campanella rimbombarmi nelle orecchie e i passi degli studenti che si allontanano, tutti tranne i loro.

Mi vengono incontro lentamente. Ogni tanto spintonano qualche mio compagno che avrei tanto voluto conoscere ma non è possibile per uno come me. Quelle forme stanno intralciando il loro cammino quindi devono spostarsi andando a sbattere contro i luridi armadietti inutilizzati delle superiori così forte da produrre un suono silenziosamente opaco.

Quando mi sono davanti, con il solito sorrisino sadico ed inquietante, ridono nel vedere la mia faccia impaurita dalle loro possenti figure sempre più vicine, quasi da sentirne il respiro in fronte.

Quanto vorrei che qualcuno dei miei compagni di classe, proprio tra coloro che si definiscono miei amici, venisse ad aiutarmi o andasse a chiamare i professori per avvisarli, invece nessuno si muove, anzi, tutti ridono in silenzio per non farsi sentire dai bulli. Nessuno mi difende.

Solo una lacrima solca il mio viso che non ha nemmeno più la forza di piangere. Le mie guance sono paonazze per la rabbia e la vergogna.

È inutile tentare di scappare, non si può. Non ci riuscirei e sicuramente ne pagherei le conseguenze dunque mi limito ad indietreggiare diffidente delle loro future ma prevedibili mosse.

Più vado indietro, più loro si avvicinano, fino a quando la mia schiena non va a sbattere contro la parete dell'aula di informatica; non la usa mai nessuno ed è piena di polvere. È qui che di solito mi picchiano. È qui che di solito devo stare in silenzio.

Rabbrividisco immaginandomi quello che dovrò subire anche questa volta.

Penso alle scuse che sarò costretta a dire ai miei genitori, pur di non farli insospettire ma soprattutto, per l'ennesima volta, mi chiedo il motivo di tutto questo.

Perché a me e non ad altri?

Cosa ho fatto per meritarmi questo incubo?

Perdendomi nei miei sogni feriti, non mi rendo conto che siamo già dentro la vecchia aula. Loro sono davanti a me con un'aria divertita dipinta sul viso e con i pugni stretti lungo i fianchi.

Chiudo gli occhi e mi copro la testa, quasi d'istinto, appena in tempo per non vedere il destro del mio bullo arrivarmi dritto in faccia.

Quando li riapro e abbasso le braccia noto del sangue sulle maniche ma non è il dolore fisico a preoccuparmi. Ciò che mi fa più male è sapere che nessuno mi stia tendendo la mano.

Prendo anche uno schiaffo che mi fa girare la testa di lato a causa della sua brutalità. Istintivamente mi tocco la guancia con una mano tremante. Brucia! Brucia così tanto al contatto con la mia pelle.

Ora è il turno del terzo bullo: succede così spesso che ormai so a memoria le loro mosse, ma non faccio niente per difendermi, non ne ho le forze. Sono solo.

Lui si avvicina sempre di più e la mia paura cresce. Quando è abbastanza vicino mi sferra un calcio in pancia che mi fa cadere per terra mugolando dal dolore. A loro non importa niente di me e del mio dolore.

Rimango con il viso schiacciato contro il pavimento per qualche minuto, riprendo fiato e mi alzo.

Mi dirigo in bagno zoppicando, ancora dolorante e con una mano sulla pancia e gli occhi lucidi a causa dello sforzo che sto compiendo per camminare. Nessuno deve sapere. Tutto è normale.

Mi guardo allo specchio e non vedo altro che me stesso.

Niente di nuovo. Mi sciacquo la faccia e mi sistemo i vestiti; il dolore è quasi del tutto passato ma non quello vero. Quello non passa mai.

Esco e vado verso la mia classe.

Nei corridoi non c'è nessuno perché tutti stanno seguendo le lezioni.

Finita la giornata di scuola torno a casa e i miei genitori mi chiedono come sia andata proprio come da copione tanto che a volte mi domando se siano davvero interessati o lo dicano solo per farmelo credere.

La mattina seguente mi affretto ad andare in classe perché almeno questa volta non voglio incontrarli.

Prendo un foglio dal mio quaderno di storia e comincio a disegnare le immagini che mi vengono in mente: non è difficile immaginare quali possano essere. Disagio. Vergogna. Paura.

Scrivo quello che penso, quello che non ha la forza di uscire dalla mia bocca e che puntualmente mi si ferma in gola prima che io possa parlare.

«VENGO BULLIZZATO, SENZA UN PRECISO MOTIVO, SOLO PERCHÉ DIVERTE LA GENTE CHE LO FA».

«OGNI GIORNO MI ALZO E VENGO A SCUOLA, CONSAPEVOLE DEL FATTO CHE VERRÒ PICCHIATO E CHE QUALCUNO VORRÀ METTERMI LE MANI ADDOSSO SOLO PER IL PROPRIO PIACERE E PER QUELLO DEGLI ALTRI».

«PERCHÉ NESSUNO CAPISCE CHE PRENDERSELA CON I PIÙ DEBOLI, NON RENDE PIÙ FORTI?».

«NON SERVE SPEGNERE LA LUCE DEGLI ALTRI PER ACCENDERE LA PROPRIA».

«I BULLI SONO SOLO DEI POVERI RAGAZZI CHE VOGLIONO ESSERE AL CENTRO DELL'ATTENZIONE. PENSANO CHE FACENDO PAURA AI PIÙ DEBOLI POSSANO ESSERE PERSONE DEGNE DI RISPETTO».

«A VOLTE SI COMPORTANO COSÌ SOLO PERCHÈ HANNO CONOSCIUTO SOLO IL BULLISMO. ANCHE IN FAMIGLIA».

«AI MIEI COMPAGNI PIACE VEDERE UNA REALTÀ CHE NON ESISTE».

«CI SONO TANTE PESONE CHE HANNO DIFFICOLTÀ MAGGIORI DI UNO STUPIDO RAGAZZINO CHE SI CREDE IL CAPO DEL MONDO. LO SO BENISSIMO E NON SONO CIECO. PERÒ FA MALE. MALE DA MORIRE».

«LA COSA PEGGIORE È CHE NESSUNO LO SA. TUTTO QUESTO AVVIENE NELL'OMBRA PERCHÈ NEL MONDO NON C'É SPAZIO PER L'AMORE, L'ALTRUISMO E LA SINCERITÀ. NESSUNO È DISPOSTO AD ASCOLTARE I SINGHIOZZI SILENZIOSI DELLA GENTE CHE SOFFRE DENTRO E CHE SI MOSTRA FORTE FUORI. NESSUNO. NON C'É TEMPO. NON C'É MAI TEMPO».

La campanella suona, facendomi risvegliare bruscamente dai miei problemi. Accartoccio il foglio e lo butto nel cestino: un'altra giornata sprecata, un'altra pagina sprecata per delle parole... parole che nessuno leggerà mai.

Grazie per essere arrivati a leggere fino in fondo.

Fortunatamente è solo un concorso. Fortunatamente è solo frutto di ragionamento e di una profonda riflessione interiore. Fortunatamente sono solo parole scritte su un foglio bianco ma quante realtà potrebbero essere simili a questa?

A voi la scelta. 

Bullo? Vittima? O amico?