Nello sport come nella scuola

28.05.2017

"Un capitano è per sempre"

Sono un amante dello sport. Sono un amante del calcio. Quello vero. Quello pulito. Quello per cui vale lottare e dare tutto per recuperare anche solo un pallone. Proprio quel pallone che potrebbe segnare il confine tra realtà e leggenda.

Cosa c'entra tutto questo, vi chiederete?

C'entra, eccome.

Questa sera, la sera del 28 maggio 2017 è una data che nessuno dovrebbe mai dimenticare. La sto forse paragonando al 12 ottobre 1492? Oppure al 6 giugno 1944? O ancora all'11 settembre 2001? In un certo senso, sì. Non sono pazzo. O meglio, a volte lo sono (e ne vado fiero!) ma non in questo caso. Metaforicamente queste date si assomigliano. E ce ne sarebbero molte altre. Quello che è accaduto stasera è un istante che ci aiuta ad estraniarci da questa magra e penosa realtà tanto da riuscire a far volare i cuori delle persone che ogni mattina, noi insegnanti, abbiamo di fronte. E dobbiamo prendere esempio da un uomo come Francesco Totti. 

Da un calciatore?!

Alcuni "dotti" potrebbero avere rimostranze sulla sua persona. Non è molto istruito. Dà solo quattro calci ad un pallone. Spesso sbaglia a parlare. Travisa alcuni significati. 

E allora? 

Non è solo con il cervello e attraverso uno studio "matto e disperatissimo" che si può arrivare ad ottenere qualcosa. Sono i principi. Quei principi che i ragazzi di oggi hanno completamente perso di vista. 

In favore di cosa? Del successo e dei soldi.

Quello sportivo che stasera ci ha fatti tutti commuovere è ricco. Viene osannato come l'ottavo re di Roma. Ha una famiglia stupenda. Ma avrebbe potuto essere più ricco e avrebbe sicuramente potuto vincere di più accettando offerte allettanti. 

Lui ha scelto di restare. 

Lui ha scelto di essere figlio di coloro che lo hanno cresciuto. Di coloro che lo hanno amato e di coloro che lo ameranno per sempre. Lui è diventato leggenda per aver creduto fino alla fine. E la sua Champions League, i suoi scudetti che ha solo sfiorato in più occasioni sono stati il saluto di queste persone, il saluto di un popolo, il saluto dell'Italia intera, il saluto di generazioni di persone che hanno vissuto al tempo di Francesco Totti. 

Questo dobbiamo insegnare ai nostri ragazzi. 

Bisogna far capire loro che una bandiera è più importante di una leggera banconota che viene portata qua e là da ogni minimo soffio di vento. Una bandiera è salda. Fissa. E anche se bucherellata da cento colpi di pistola, continua a sventolare. Si strappa ma sventola lo stesso. Sbiadisce ma sventola lo stesso. Sta sempre lì, ferma al suo posto in modo tale che tutti possano seguirla e sognare insieme ad essa. Alcuni la guarderanno solo da lontano. Altri riusciranno ad avere tra le mani il pennone che la regge. E i più fortunati riusciranno a dormire avvolti in essa. E in ogni caso lei sarà lì. Come un dio che guarda tutti dall'alto. Come un dio che si avvicina ai più fortunati. Come un dio che fa intravvedere agli uomini un po' di se stesso. 

Questo è ciò che conta. 

Questo è il focus che i nostri studenti hanno perso completamente di vista. Ed è ciò che fa più male. E fa ancora più male vedere docenti che hanno calpestato ogni tipo di bandiera, ogni vessillo, ogni stendardo per lasciare posto ad una vita fatta di compromessi e di bugie. 

Cosa potrebbero insegnare alle generazioni future? 

Niente. 

Magari! 

Sarebbe il danno minore. E invece insegnano ad odiare, a guardare solo al proprio orticello, a fissare obiettivi privi di un vero significato. 

Insegnano ad essere mediocri. 

Francesco Totti non lo è stato. Francesco Totti ha vinto anche quello che non ha mai vinto. 

Come potrebbe essere? Obietterebbe lo scettico.

L'affetto, la sincerità e l'amore che lui ha ricevuto e ha dato sono cose che vanno ben oltre la dimensione umana. E così deve essere nella scuola. E così deve essere nella vita.

Svegliamoci al mattino con l'intenzione di issare questo vessillo il più alto possibile in modo che tutti riescano a guardarlo. Non oscuriamolo con ombre, sotterfugi, inganni e pensieri meschini. Siamo noi che tutti i giorni dobbiamo entrare in classe portando sul braccio quella fascia da capitano che l'ottavo re di Roma ha indossato per più di vent'anni. Siamo noi che dobbiamo tatuarcela sulla pelle e custodirla nel cuore. Siamo noi che dobbiamo prenderla in eredità non per guidare un popolo ma semplicemente la nostra classe. 

Lui ce l'ha fatta. 

Noi ce la faremo. 

E vinceremo quella Champions League che Francesco ha alzato questa sera. Non una coppa con le orecchie ma il sorriso di tutti coloro che custodiscono nel cuore un pezzettino di noi.