La sfida di essere adolescenti

01.06.2017

"Non sempre vincere, significa vincere"

L'adolescenza è forse il periodo della vita di ciascuno in cui ci si sente pesanti, afflitti e troppo spesso non compresi. Quest'ultima, probabilmente, è la conseguenza più difficile da accettare. Me ne rendo conto ogni giorno e troppo spesso sento dirmi:

«Prof, mi sento un pesce fuor d'acqua».

Oppure:

«Prof, io esisto ma nessuno mi vede».

Spesso non so davvero cosa rispondere perché sono situazioni che tutti noi abbiamo vissuto. Sono situazioni che non cambieranno mai nemmeno con tutta la buona volontà. 

È difficile accettarsi per ciò che si è e ancora di più lo è in una fase così delicata in cui si va a formare la persona, il carattere, l'uomo o la donna. Sbagliare qui è spesso irrecuperabile. E a tal proposito non mancano quei falsi approdi che la società offre verso i quali si crede di attraccare in un porto sicuro quando, al contrario, la nostra piccola e lenta barchetta si ferma in mezzo al mare che sta per essere sferzato dalle più violente tempeste. Pensiamo di ritrovare noi stessi e invece ci abbandoniamo all'incoscienza più cristallina.

A tal proposito mi viene in mente un gioco. Un esperimento. Una barbarie. 

Avete mai sentito parlare della "Blu Whale"?

Non ditemi di no perché non ci credo.

In cosa consiste questa sfida?

Sono cinquanta prove. Cinquanta agghiaccianti sfide (con se stesso? Con il mondo? Con chi?) che funzionano in maniera verticale e piramidale (dalla più "semplice" alla più estrema). 

Come si fa ad entrare in questo circolo vizioso?

Semplicissimo. È sufficiente digitare il nome del gioco su Google e si viene adescati da un admin che comincerà presto a controllare i movimenti della nostra vita come se fosse Dio e riuscirà a metterci in relazione con altri giocatori creando così un legame indissolubile tra noi e il gioco. 

Possiamo smettere?

No. Non si può altrimenti si perde. E nessuno vuole perdere perché gli adolsecenti, secondo loro, perdono sempre. Altrimenti non si riesce a raggiungere lo scopo. Più semplicemente non si può smettere perché la nostra mente diventa una metarealtà all'interno della quale si vive (si sopravvive) solo giocando.

Qual è lo scopo?

Riprendersi la propria vita.

E com'è possibile?

L'ultima prova consiste nel salire sul palazzo più alto della nostra città e buttarsi giù.

Buttarsi giù?

Sì. Avete capito bene.

E in questo modo si dovrebbe riprendere il controllo della nostra vita?

Sì. Avete capito ancora bene.

Si muore. 

Attraverso la morte (dicono gli ideatori) si riesce a riprendere il controllo del mistero più grande dell'umanità. Quel mistero che non può essere nelle nostre mani. 

Queste prove hanno realmente lo scopo di intasare menti già fragili e devastate dai problemi che l'adolescenza genera in ciascun ragazzo. Si cerca l'estremo, si cerca il brivido e si vuole a tutti i costi soffocare quelle attenzioni che ciascuno vorrebbe attraverso qualcosa di tremendamente pericoloso ma che fa sentire vivi. E sì, perché in quel frangente, in quel preciso istante in cui superiamo ogni prova, l'adrenalina scorre a tutta velocità così come la paura. Quella stessa paura che abbiamo bisogno di provare per far scomparire tutto il resto. Quella paura che ancora una volta ci permette di essere vivi e lucidi. 

Lucidi?!

Sì, proprio così. Coloro che entrano nel vortice della Blu Whale sono assurdamente lucidi e accettano tutto il sistema perché "finalmente" credono di sentirsi parte di qualcosa di grande. Di qualcosa che crede in loro. Di qualcosa che li rende protagonisti e non comparse. Entrano in un circolo vizioso da cui è quasi impossibile uscirne se non attraverso la morte. Le prove affrontate sono mentali (svegliarsi nel cuore della notte e camminare per la città oppure guardare un film horror) o fisiche (incidersi sull'avambraccio la sagoma di una balena) ma sono tutte atte a rendere questi malcapitati parte integrante di una balena che sta colando a picco.

Come può succedere tutto questo?

Anche solo pensare che la Blu Whale possa esistere, fa venire letteralmente i brividi. Ma se esiste é perché alcuni adolescenti ne sentono la necessità altrimenti cadrebbe con la stessa facilità con cui è stata progettata. Mi viene quindi da pensare che il problema sia decisamente a monte. Le loro fragilità, le loro insicurezze e i loro dubbi troppo spesso taciuti e non detti sono terreno fertile per giochi mortali e deviati. Giochi che non smetteranno mai di esistere se gli adulti continueranno a sottovalutare queste problematiche legate al periodo più difficile della vita di ciascuno. 

È vero. Molti genitori sono stanchi, lavorano tutto il giorno per poter dare ai figli ciò che hanno bisogno e ciò che è persino superfluo ma spesso, troppo spesso confondono la parola o l'abbraccio con il denaro o il giocattolo. Così come i professori non devono slegare l'educazione dalla didattica. Perché per essere "intelligenti" basta solo studiare, vero? Ma per essere educati è necessario avere un esempio da seguire.